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L’AGONIA DELLA ZINGARA
Su un reef semiaffiorante dello stretto di tiran giacciono le lamiere di questa nave che, nella notte del 23 agosto 1984, per un’avaria delle luci che segnalavano i bassi fondali, venne travolta da una tempesta. Dopo quasi dodici ore di paura l’equipaggio abbandono’ lo scafo ormai condannato e venne tratto in salvo da un’unita’ della nostra marina militare.
Ancora una volta è il mar Rosso ha fare da protagonista; con i suoi tramonti indimenticabili, con il cielo che si fonde con il mare.
Meta immancabile della nostra crociera sono i notissimi reef dello stretto di Tiran dove migliaia di subacquei si tuffano per ammirare quel pulsare di vita che non nega mai un incontro suggestivo e che fa di ogni viaggio un unico a sé.
Siamo all’ancora nella baia di Tiran con la consueta barca da noi usata per le crociere, Il Sinem one, di fronte a noi le vicine coste dell’Arabia Saudita; il mare sembra un immensa distesa di olio azzurro leggermente mosso dalla brezza della sera che sta per giungere, l’immensa palla di fuoco lentamente cade verso il liquido per fondersi con esso e sparire come inghiottito lentamente dalle braccia di una gentile fata madrina.
Dopo due immersioni splendide nella giornata, Francesco, ci ha promesso solo per me e Lorenzo un “altro tuffo “ su un relitto affondato, ci dice , sul reef davanti a noi in prossimità di un piccolo faro. Entusiasti, mentre i nostri compagni d’avventura riposano al sole, ci prepariamo e partiamo con il gommone alla volta di questo scafo affondato poco frequentato vista la vicinanza pericolosa al reef.
Il sole è ormai basso, l’atmosfera è suggestiva e i colori del cielo egiziano danno alla nostra esperienza un non so che di tetro e stregato.
Arriviamo sul punto e una volta trovato un pennacchio che sporge dall’acqua identifichiamo i resti dello scafo affondato.
In questa prima visita siamo solo io e Lorenzo, torneremo poi a distanza di pochi mesi con tutti i nostri compagni di viaggio.
 
Intorno a noi solo mare e non appena abbandonata la superficie, distruzione. Lo scafo intero della nave giace sotto di noi in un disordine e in una annientamento che la luce del tramonto rende ancora più vera e malinconica; tutto è distrutto a causa dell’impatto violento che lo scafo ha subito e alla forza del mare alla bassa profondità, che con le consuete mareggiate contribuisce a versare sulle lamiere ormai agonizzanti violenti attacchi senza pietà alcuna.
Il primo impatto che si ha nel vedere il fondo di quel tratto di mare è la annichilimento di ogni forma di vita sottomarina causata dalla collisione delle lastre metalliche che componevano la nave sul reef, i resti della imbarcazione, dove sono visibili diversi particolari, sembrano piantati come una freccia nel cuore di un uomo che lentamente gli toglie il respiro e la vita.
La vicinissima superficie fa si che la luce del mondo emerso penetri al di sotto dell’acqua e fa di tutto questo paesaggio una tragedia ancora riparabile; ma non è cosi’ ormai quel che rimane della struttura una volta galleggiante fa parte integrante di quel mondo cosi’ vicino a noi ,ma che non ci appartiene.
Ci si rende conto che l’impatto sul reef è stato devastante. Parti dello scafo, ancora ben conservate appaiono allo sguardo del subacqueo. Gran parte della sovrastruttura è chiaramente visibile, anche se la quasi totalità risulta dispersa nel disordine della tragedia. L’unico troncone intero è una parte della poppa, con la battagliola ancora ben conservata ed gli argani con le loro catene di carico a posto.
Anche se il contatto con la barriera sia piuttosto recente la vita non ha mancato di attecchire su questo pezzo di lamiera privo di vita; coralli ed ogni forma di pesce dai mille colori hanno fatto del gelido ferro il loro ideale tavolo da gioco.
Ben distinguibili la prua con scritto il primo nome della nave “ Kormoran “, quel nome che forse non avrebbe mai dovuto cambiare perché la nefasta sfortuna si impossesase di lei ed inesorabilmente gli segnò il suo triste destino.
Le varie parti della nave, sono diventate, comodi alloggi per i vari pesci che vigilano la zona e meta di alcune testuggini che come misteriose padrone sorvolano i resti dello scafo per poi fuggire lontano per altri luoghi.
L’immersione è molto semplice e può essere la conclusione piacevole di una intensa giornata di tuffi; la posizione aperta al mare ne fa però una meta non troppo frequentata e quindi ancora più misteriosa e curiosa.

Il Kormoran fu costruito dai Cantieri Navali di Rostock , Germania, e varato nel 1963.
Mantenne questo nome fino al 1976 quando fu chiamato Adamantos , per poi finire la sua carriera con il nome Zingara sotto la Montemare Navigazione SPA di Napoli. Aveva una stazza lorda di 1582 ton., una lunghezza di 82 metri circa e larghezza di 12 metri. Era azionata da un motore disiel 6 cilindri e poteva raggiungere una velocità di oltre 12 nodi. Trasportava fosforite naturale.
Affondò nel reef di Laguna il 23 agosto 1984 a causa sicuramente delle condizioni marine avverse e per un errore del comandante. Quella notte infatti le boe dello stretto di Tiran erano guaste e la luce amica che segnava la corretta navigazione si era temporaneamente spenta. In quel tratto di mare, dove i reef affioranti sono come pericolosi squali assassini per le innocenti foche, navigava lo Zingara, ignaro del suo funesto destino, come Pollicino disperso nel bosco.
La storia integrale della tragica notte dell’affondamento viene riportata su una pubblicazione riguardante la nostra Marina Militare che in quel periodo aveva una nave “ il Mango “ a guardia dello stretto di Tiran.
Frediano Conte, imbarcato sul Mango, racconta in maniera dettagliata tutte le emozioni di quella notte dal momento del suo montaggio di guardia fino a tutte le fasi del salvataggio dell’equipaggio.
“ Era una notte molto ventosa, racconta Frediano, monto di guardia alle 00.00 in plancia e mi avvicino al tavolo Tattico per preparare il Situation Reporter da trasmettere al controllo. E’ una serata come tante altre, a parte il vento forte che mi entra nelle ossa, la noia ha il sopravvento e la voce del controllo mi sveglia da quello stato di attento torpore nel quale ero caduto. A causa del vento forte il mare si è molto ingrossato e da circa un’ora nessuna nave passa nella zona. Navigare in quelle condizioni vicino al reef sarebbe da matti. Il vento soffia ad una velocità spaventosa, all’improvviso sento una voce che chiede aiuto: May day- May day- Italian Ship Zingara. Improvvisamente la serata di vigilanza non è più routine è l’altoparlante del canale di guardia e la richiesta di aiuto si propaga come un’ondata nel silenzio della stanza buia. Prendo il microfono e rispondo immediatamente : Zingara da Mango, domando la vostra posizione. Mi rispondono con voce tremula che non conoscono la loro posizione a causa del radar in avaria e che sono incagliati sulla scogliera! Mi precipito a chiamare il Comandante. Alle 3.17 sappiamo la posizione dello Zingara e il Comandante decide di mollare la boa per raggiungere la nave in difficoltà ed aiutarla a riprendere il mare.
Il movimento dell’acqua inesorabile nella sua ira continua a sbuffare onde che tutto vogliono fare fuorché favorire il nostro avvicinamento.
Siamo costretti ad allontanarci perché la forza delle onde butterebbero anche noi sul reef e decidiamo di tornare alla boa. Alle 7.00 lo Zingara ci comunica che stanno cercando di evacuare l’acqua dai doppi fondi, ma che sono in grossa difficoltà e temono di dover abbandonare la nave. Alle ore 8.40 da una ricognizione aerea dal controllo con un elicottero Americano della base si confermano il grosso sforzo della Zingara che è stata adagiata dal mare per tutta la sua lunghezza sul reef e l’impossibilità a causa della forza delle onde di operare nei pressi della nave incagliata. Alle ore 10.10 le sorti dello Zingaro appaino segnate, l’acqua continua ad entrare dai doppi fondi e in sala macchina, la lenta agonia ha inizio. Suggeriamo al Comandante dello Zingara di raggiungere coi loro mezzi una spiaggia vicina dalla quale li avremmo prelevati per portarli a bordo del Mango. L’acqua sul reef è troppo base ed impedisce agli uomini dello Zingara di trasbordare sui loro gommoni. Il mare non ci da tregua e continua a picchiare sullo scafo, ormai inclinato di 10 gradi rispetto al suo asse, come un pugile si accanisce sul suo avversario steso al suolo del ring. Alle 12.05 dall’Unità partiranno sei uomini verso la spiaggia dove verranno presi dai nostri gommoni e portati a bordo del Mango. Gli ultimi ad abbandonare la nave sono il Comandante e il direttore di macchina. Alle 15.20 tutto l’equipaggio dello Zingara è in salvo; la paura e la fatica si legge nei loro volti, ma anche la gioia di tornare presto alle loro famiglie. E’ stata per tutti una notte molto impegnativa e difficile; la forza del mare ancora molto grosso non ha concesso alla povera imbarcazione agonizzante nessuna via di fuga. Non sarà facile dimenticare quella voce straziante che chiedeva aiuto e quei volti che hanno combattuto contro il mare uscendone sconfitti. “

La navigazione nel tratto di mare intorno allo stretto di Tiran è stato sempre un difficile passaggio per le imbarcazioni costrette a passarvi. Sui reef affioranti che tanta vita nascondono sotto di loro, giacciono diverse carcasse di vecchie navigazione che li hanno concluso i loro viaggi ed in parte sono precipitati in un abisso dove l’oscurità regna sovrana.
Il mare nasconde tutto, ma forse un giorno deciderà di raccontarci ancora qualcosa dei suoi segreti.
Testo Eva Bacchetta
Foto Lorenzo Del Veneziano
Le notizie dell’ultimo giorno dello Zingara sono state tratte dal The Sand Paper e dal Notiziario della Marina.
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