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AFFODATO AD UN PASSO DAL PORTO
E’ il tragico destino che toccò all’espresso trapani, un traghetto che diciassette anni fa, colò a picco a sole cinque miglia dalla diga frangiflutti della città siciliana. Nella sciagura perirono tredici persone, compreso il comandante, al suo ultimo viaggio prima della pensione. Ora si trova su un fondale di 105 metri, dove è stato recentemente raggiunto e fotografato.
Dopo aver scoperto la bellezza dell’isola siciliana con la spedizione di questa estate sul Valfiorita nello stretto di Messina, eccomi nuovamente a godere del profumo di questa terra che porta l’impronta del suo sapore in ogni essere vivente che pulsa al suo interno.
La destinazione questa volta è diversa siamo a Trapani, su un’altra delle tre punte del triangolo che forma la Sicilia, proprio di fronte a noi le isole Egadi, con tutto il loro prezioso patrimonio naturale e davanti a noi il Mar Tirreno. Non più miti e leggende diventate quasi realtà grazie alle credenze popolari, ma una distesa immensa di liquido azzurra che a volte può diventare spietato boia di vittime innocenti ed inconsapevoli della forza e crudeltà che esso può scatenare.
Per una strana coincidenza questa nuova avventura inizia proprio durante il nostro viaggio di ritorno da Messina, in agosto, quando una telefonata di Patrizio Salvaggio del team “Ocean Zone” mi invita ad una spedizione il cui obbiettivo sarà l’esplorazione dell’Espresso Trapani, il relitto di un traghetto affondato negli anni novanta circa 5 miglia dal porto della città omonima ad una profondità di circa 105 metri.
La spedizione è prevista per la seconda settimana di settembre, periodo molto difficile per noi; gli impegni del diving, con le uscite stagionali e la chiusura dei corsi, sono insormontabili e mi costringono a rinunciare all’allettante progetto. Ma solo momentaneamente!
Grazie alla cortese disponibilità di Patrizio, posticipo la mia personale esplorazione del traghetto per gli ultimi giorni di settembre durante i quali riuscirò a svolgere due immersioni che spero mi porteranno soddisfazione ed emozioni come ogni relitto da me visitato fino ad ora mi ha procurato.
In realtà si tratta di qualcosa di poco usuale per me:ho esplorato ben pochi relitti moderni e il fascino da loro trasmesso è molto diverso da quello palpabile su scafi dove possiamo leggere la storia dell’uomo, ma ugualmente intrisi di magnetismo a cui è impossibile rinunciare.
L’appuntamento con Giuliano che accetta di accompagnarmi e farmi da assistente nella difficile fase della decompressione è per la sera del 27 settembre al porto di Genova, Gianluca ci raggiungerà in aereo il giorno seguente, dove tentiamo di far entrare sulla sua Opel tutte le attrezzature necessarie per la spedizione, impresa che riesce con non poche difficoltà.

La nave salpa dal porto con circa tre ore di ritardo, andiamo a dormire con la vana speranza di un recupero che non avviene, costringendoci a raggiungere Patrizio a Trapani a sera inoltrata e impedendoci soprattutto di alleggerire l’auto dall’infinità di bibombola, bombole, stage e pinne che fanno capolino da ogni fessura. Divoriamo una splendida pizza “volante” e ci dirigiamo al bad and breakfast dove alloggeremo per i tre giorni.
Il posto è splendido e insolitamente diverso da quello a cui siamo abituati, automobili che vanno all’impazzata, suonando clacson e scartando come una gincana i pedoni che si trovano malauguratamente sul loro tragitto,qui la visione dominante è il verde delle campagne Trapanesi, tra ulivi e vigneti e nessun rumore a disturbare il nostro riposo.
La sveglia il mattino seguente è all’alba, nei giorni precedenti il nostro arrivo, la costa è stata battuta da un forte vento di maestrale, il mare è ancora mosso e l’unica nostra speranza per l’immersione è tentare di anticipare il levarsi del vento con il sorgere del sole.
Arrivati alla banchina con sorpresa incontro Andrew Fortune un esperto sommozzatore anglo-svizzero che ho conosciuto durante la spedizione sull’Andrea Doria del 2000 alla quale entrambi abbiamo partecipato, che si immergerà con me.
Abbastanza velocemente prepariamo le attrezzature e le carichiamo sul gommone, pianificato l’incontro con Giuliano che ci farà da assistente e via si parte verso il largo nel punto dove il traghetto ha trovato la sua triste fine.
Il vento è completamente calato, ma il mare è ancora mosso per un’onda lunga da nord, ma non abbastanza da costringerci a rinunciare. Superato il faro di Porcelli il gommone rallenta e capisco che ormai ci siamo; Patrizio mi indica il faro che è costata la fatale virata causa dell’affondamento del traghetto. Dopo poco il gommone si ferma, e mi accorgo che qualcosa non và dall’espressione di Patrizio; nella notte qualcuno, probabilmente pescatori, hanno salpato l’ormeggio fissato al relitto nei giorni precedenti. Prudentemente a bordo c’è un secchio con 120 metri di buona cima e una grosso peso da utilizzarsi nel caso non trovassimo l’ormeggio. Dopo vari passaggi viene gettato il piombo in mare che scivola rapidamente verso il fondo. La nostra speranza è che cada sopracorrente, in modo da appoggiarsi al relitto, facendocelo trovare già dai 90 metri durante la discesa, senza costringerci a raggiungere i 105 del fondo per poi risalire. Facendo buon viso a cattiva sorte mi preparo ed entro in acqua per primo, aspetto Andrew sul pedagno che arriva da lì a poco, un veloce “ok” e giù iniziamo la discesa. A circa metà avverto una forte corrente contraria che intorbidisce l’acqua e incurva violentemente la cima , a 90 metri mi accorgo che il pedagno non è sul relitto, mi volto, vedo Andrew attardato circa 10 metri sopra di me. Raggiungo il fondo, il pedagno lanciato ara sulla sabbia tracciando un profondo solco come un aratro trainato dai buoi. Aiutato anche dal peso del mio compagno che è ancora attaccato alla cima di discesa, decido di seguire la fenditura come Pollicino le pietre bianche nel bosco, accertandomi che Andrew mi segua, dopo una trentina di metri arrivo al punto dove è caduto il piombo, ma del relitto non se ne ha traccia. Il mio compagno decide di tornare indietro, lo lascio andare e proseguo nella direzione del solco e finalmente intravedo l’ombra minacciosa dello scafo affondato. La visibilità non eccezionale e la poca luce che riesce a penetrare a quelle quote rende il paesaggio come un castello antico infestato dai fantasmi. Mi trovo li solo, a 105 metri di profondità con un gigante al momento innocuo che riempi la mia visuale; ecco, ancora una volta la suggestione impareggiabile che ogni volta sento alla vista di un relitto a me sconosciuto, quel brivido che invade tutte le mie membra e che rende ogni visita ad uno scafo affondato esclusiva ed irripetibile.
Purtroppo l’inconveniente del pedagno tagliato ha fatto si che il tempo, acerrimo nemico in questo tipo di immersioni, passasse inesorabile ed in gran parte infruttuoso. E’ già il tredicesimo minuto, non posso allontanarmi perché rischierei di perdere il segnale che mi riporterà alla cima , cosa assolutamente necessaria oggi in quanto il programma effettuato con gli assistenti non prevede la risalita in libera, se non in caso di reale emergenza. Il continuo susseguirsi dei minuti ammette solo qualche fugace scatto dopo il quale mi dirigo verso la cima. Dopo due minuti di pinneggiata ancora non ho raggiunto la cima, che con il mio compagno appeso viene trasportata lontano con la corrente, risalgo in diagonale e la raggiungo con non poche difficoltà, mi attacco ed inizio la risalita.
Sono molto deluso, mi resta poco tempo, devo sicuramente rivedere i miei piani per far si di raggiungere l’obiettivo predeterminato: testimoniare, almeno in parte, vista la grandezza dello scafo, lo stato del relitto attraverso un sufficiente numero di immagini immortalate dalla mia macchina fotografica. L’impresa non è certo delle più semplici, visto il poco tempo che ho ha disposizione,le condizioni meteo marine e soprattutto la quota alquanto impegnativa.
Durante la decompressione a cui sono obbligato,nonostante l’uso di un circuito chiuso elettronico, rivedo nella mia mente il relitto e sono quasi certo che lo stesso, nonostante le notizie in mio possesso, non sia completamente capovolto, ma leggermente sbandato sul lato di dritta, questo fa si che molte sovrastrutture siano alla portata di una visita esplorativa sul lato di sinistra sotto la battagliola.
Purtroppo mi trovo davanti ad un bivio : cosa fare nella prossima ed ultima immersione a mia disposizione? Mi dirigerò a prua, cercando di entrare nel ponte di comando oppure andrò verso poppa dove sicuramente troverò timoni ed eliche oltre alla possibilità di raggiungere i garage attraverso il portellone? Rientrati in porto pianifichiamo per il giorno seguente di eseguire l’esplorazione in base a dove cadrà il pedagno, risalendo in ogni caso in libera dopo il lancio del pallone dal fondo.
La sera mi reco a Palermo a prendere Gianluca che sarà il mio compagno per l’immersione del giorno successivo.

Gianluca ha portato con sé, oltre la voglia di avventura e la grande passione dell’esplorazione di nuovi ferracci sul fondo, anche un po’ di fortuna; infatti la giornata inizia all’insegna del buon umore e dell’allegria grazie ad un sole splendente, il mare piatto come una tavola e la totale assenza di vento. Il gommone raggiunge il sito di immersione in un battibaleno, Patrizio si porta sul punto e, non appena lo schermo dell’ ecoscandaglio individua l’anomalia del fondale lancia in mare un macigno, che viste le dimensioni, sembra prelevato dai frangiflutti del porto!
Ci prepariamo e iniziamo l’immersione molto concentrati sul lavoro che dobbiamo svolgere vista l’unica possibilità. Superati i novanta metri mi accorgo che il pedagno è nuovamente cascato sottocorrente, ma non si muove e a 95 già intravedo sbiadita la sagoma del relitto. Gianluca è sopra di me, gi indico di staccarsi dalla cima di discesa e di aspettarmi sulla chiglia, io scendo sulla battagliola, che è perfettamente integra per un paio di scatti. Lo raggiungo sulla chiglia e dopo un veloce e rassicurante “OK” è proprio lui ad indicarmi la via delle eliche che distano da noi una decina di metri.
Le eliche sono due, ed emergono dallo scafo altrimenti piatto come le braccia protese in avanti di un neonato in cerca di protezione. Appaiono completamente integre e a differenza di una nave immersa nelle profondità da molti anni, la struttura appare piuttosto liscia e libera da microorganismi che di li a poco ne faranno la loro dimora.

Arrivati sugli assi inizio gli scatti, la visibilità e buona e eliche e timoni fanno bella mostra per le mie foto. È il tredicesimo minuto, ne abbiamo ancora una decina, un altro buon “OK” e spoppiamo la nave, dirigendoci verso il portellone che è leggermente divelto alla base, forse a causa dell’impatto con il fondale e lascia intravedere al suo interno rendendo concreta la speranza che avevo di poter entrare all’interno. Per procedere sono costretto a tagliare alcune lenze fastidiose che ostruiscono il passaggio, Gianluca si ferma sull’apertura e io scivolo come un abile prestigiatore dentro la struttura, cercando di muovermi il più delicatamente possibile, per non far crollare nulla e per non sporcare l’acqua che lì è cristallina.
La visione che mi si presenta è allucinante, sembra sia esplosa una bomba atomica, un’insieme di distruzione e annientamento si presenta ai miei occhi; le stesse scene di guerra, ma questa volta causate da un banale errore che è costato la vita a tredici persone. Una serie di mezzi pesanti è contorta e aggrovigliata su se stessa, come schiaccita dal piede sicuro di un gigante che nulla lascia sul suo cammino; posso distinguerne i particolari, ruote, volante, sedili, ma non la forma originale. Avanzo ancora, supero una serie di carrelli che servivano per sorreggere i rimorchi senza motrice e raggiungo la cabina di un camion bianco con ancora evidenti sulle portiere delle strisce azzurre, oltre, la motrice rossa di un vecchio IVECO …… miracolosamente intatta con la ruota di scorta attaccata alla catena che la assicurava al supporto.
Cerco di testimoniare con frequenti e rapidi scatti lo scenario di questa parte della nave Scatto le ultime foto, guardo verso l’uscita e intravedo come unica luce guida nell’oscurità completa il faro di Gianluca; controllo gli strumenti, è il 19° minuto devo sbrigarmi per rispettare il programma pianificato.
Incontro il mio compagno all’imboccatura che mi fa notare le catene fermamezzi attaccate alla parete e non dove dovrebbero essere, a conferma che una delle cause del disastro è stata la fretta con cui sono state sganciate dai mezzi pesanti provocando cosi il loro movimento ed il conseguente sbandamento della nave.
Fuori, nonostante la profondità elevata, la luce riesce a darmi un’emozionante visone d’insieme ed il mio sguardo si perde lungo la lunghezza della chiglia ed immagino ancora quanto c’è da vedere in quel mansueto solcatore dei mari.
Effettuo gli ultimi scatti alla poppa e poi via verso la superficie, non prima di aver lanciato la cima della mia vecchia tanica alla quale è saldamente attaccato il pallone.
Oggi la decompressione che dobbiamo effettuare raggiunge quasi le due ore, al 40° minuto salutiamo Giuliano che è venuto a sostituirci i bay lout di fondo con le iperossigenate e ci mettiamo comodi in corrente a desaturare e a ripensare, un po’ con l’amaro in bocca, a questo relitto moderno, che nulla ha potuto contro il mare che lo ha inghiottito con le sue vittime. Quando riemergiamo siamo a quasi un miglio dal relitto, il gommone è sopra le nostre teste e ci recupera subito.
Arrivati in banchina l’ospitalità di Patrizio supera le nostre aspettative, ad aspettarci c’è una gustosa spaghettata ai frutti di mare a dir poco eccezionale, che ci ripaga dagli sforzi effettuati. Rivediamo le foto con nostalgia, ma soddisfatti per il lavoro svolto. Il relitto dell’Espresso Trapani è sicuramente un’immersione impegnativa, dove la profondità è l’insidia maggiore, ma se pianificata bene può trasmettere delle emozioni fortissime, anche nel rispetto delle 13 vittime perite nell’affondamento. Non sono riuscito a visitare il ponte di comando e tutta la parte prodiera, quindi mi sento di dare un arrivederci e non un addio a quello che è sicuramente uno dei più affascinanti relitti di navi moderne da me esplorate.
CRONACA DI UN NAUFRAGIO
L’affondamento dell ‘Espresso Trapani è la più grave tragedia del mare verificatasi nelle coste Trapanasi degli ultimi 50anni. In questo tragico incidente persero la vita 13 persone fra cui il comandante Leonardo Bertolino al suo ultimo viaggio prima della pensione.
La nave traghetto affondò il 29 aprile del 1990 a circa 4 miglia dalla costa tra lo Scoglio dei Porcelli e l’isola di Levanzo, su un fondale di circa 105 metri.
Quel giorno a Trapani vi era la festa del paese, per velocizzare le operazioni di sbarco, il primo ufficiale, nei pressi dello Scoglio dei Porcelli, diede ordine di sganciare i mezzi pesanti posizionati nel garage e di svuotare le casse di zavorra, manovra che avrebbe agevolato le operazioni di approdo alla banchina del porto.
Superato il Faro, il comandante ordina la virata a sinistra per allinearsi al canale di ingresso al Porto di Trapani; la nave sbanda prima a destra e poi a sinistra e quindi si inclina. Viene immediatamente lanciato il segnale di May Day, ricevuto dalla stazione radio alle 16.58, che parla di grossi problemi di stabilità. Poco dopo la nave si capovolge; alcuni passeggeri cadono in mare, altri si aggrappano alla chiglia, mentre la nave lentamente affonda.
Al momento del disastro sul traghetto 52 persone, sei morirono e sette non furono mai ritrovate nonostante l’intervento alcuni giorni dopo dei sommozzatori della Marina Militare.
L’aliscafo Botticelli proveniente da Favignana fu uno dei primi mezzi a giungere sulla zona del naufragio e a recuperare i superstiti.
Il giorno dopo l’affondamento il relitto venne filmato con le attrezzature del Poseidon un rimorchiatore tedesco, che si trovava nel Porto di Trapani, in attesa di effettuare alcune ispezioni nel Canale di Sicilia. Le immagini mostrarono la nave adagiata sul fondo sulla fiancata di destra.
Il 3 maggio anche le telecamere del Pluto, il rov dell’ Anteo , filmarono l’Espresso Trapani e furono esplorate successivamente la plancia, la stazione radio, e alcune cabine. Sul fondo sparsi intorno all scafo furono individuati alcuni automezzi, persi durante il naufragio. 
CARATTERISTICHE TECNICHE
Struttura:
Lunghezza 112, 81 metri
Larghezza 18,67 metri
Pescaggio 6,56 metri
2714 tsl
1295 tsn
Carico massimo 4388 ton
Motorizzazione:
2 moroti diesel 12000 cv , velocità di crociera 14 nodi
Equipaggio :
12 persone
Garage:
80 veicoli
Ringraziamenti:
Patrizio Selvaggio per la logistica
Giò Sub
Dive System
Per l’attrezzatura fornita
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