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Un Trabaccolo negli abissi del Garda
SUB N 215 - agosto 2003
Testo Eva Bacchetta - Foto Lorenzo Del veneziano

Acqua fredda di soli sei gradi, scarsa visibilità,quasi buio. Invece di usare l’aria,i sub hanno optato per un trimix normossico , che consentiva una migliore lucidità mentale e, quindi , maggiore sicurezza e due miscele decompressive. La barca , di legno, dovrebbe risalire al 1600 ed è in buone condizioni.

In inverno la temperatura in Liguria , raramente si avvicina allo zero, quest’oggi invece il termometro continua a scendere e constato leggendo l’astina del mio fedele strumento posto al di fuori della finestra che ci sono due gradi.

In questa fredda, ma soleggiata giornata di febbraio mi aspettano lunghe ed interminabili ore alla scrivania del mio ufficio a scartabellare fra documenti , fatture ed ordini che non hanno per nulla il gusto dell’avventura.

La mia mente divaga mentre batto la tastiera del mio computer verso la mia grande passione; il mare e l’esplorazione di vecchi relitti sommersi, che comunque anche in questi mesi non smetto di coltivare. A farmi ritornare alla realtà è il trillo del mio cellulare; Gianluca mi invita per il giovedì della settimana ad andare sul lago di Garda , dove sembra che il nostro comune amico Cristian abbia scoperto su un fondale di 50 metri il relitto di una nave antica forse medioevale in perfetto stato di conservazione.

Immediatamente e con grande entusiasmo parte la programmazione per un’immersione che si svolgerà in condizioni a cui non siamo abituati. L’idea di andare nel comune di Malcesine ad immergermi in un lago, dove la temperatura dell’acqua sarà sicuramente meno di 10 gradi non mi entusiasma , ma lo spirito della ricerca e il gusto di osservare qualcosa che pochi occhi umani hanno visto sovrasta di gran lunga le difficoltà che attraverso una corretta organizzazione sono facilmente superabili.

 

Chiamo Eva per dirle di tenersi libera, ma purtroppo non potrà venire con noi ; spero che la mia mente possa focalizzare ed imprimere le immagini per trasmetterle l’emozione di vedere una nave di 400 anni integra che riposa immobile nell’oblio di secoli passati.

Terminata la compilazione delle scartoffie volo al diving per prepararmi l’attrezzatura; le condizioni a cui mi troverò ad operare non sono certamente delle più favorevoli: luminosità ridotta, anche se la visibilità non dovrebbe essere molto scarsa, acqua dolce, ma soprattutto il freddo. Nonostante la profondità non sia eccessiva e permetterebbe anche l’uso dell’aria con una giusta miscela decompressiva, decido di utilizzare una miscela trimix normossico 21/20 per aumentare la lucidità e la sicurezza dell’immersione e due decopressive nitrox 36 ed ossigeno puro per facilitare la desaturazione dei tessuti e uscire il più velocemente possibile dall’acqua .

Preparo diligentemente la mia macchina fotografica,controllo gli o-ring, carico le batterie; ho a disposizione una sola immersione su quel sito e spero di poter scattare delle belle foto.

L’appuntamento con Gianluca e Fabrizio è per le sette. Mi pare strano non compiere il rituale che ogni mattina in cui vado a fare immersione al mare svolgo, guardare da che direzione soffia il vento ed osservare le condizioni del mare con il binocolo sempre con le dita incrociate prima di partire alla volta dell’ormeggio della mia imbarcazione Gea.

Questa volta arrivo sul sito d’immersione con l’auto dopo un viaggio di 400 km e più di quattro ore di attesa.

Cristian ci sta aspettando, lo raggiungiamo con non poche difficoltà, visto che per arrivare sulla riva del lago bisogna compiere una lunga e minacciosa discesa.

Abbiamo programmato un tempo di fondo massimo di 25 minuti e il programma decompressivo ci da un run time di 50 minuti.La temperatura esterna è di quattro gradi sotto lo zero, appena tocco l’acqua ho quasi un senso di piacere perché supera di 6 gradi lo zero!!

Un ultimo ok e cominciamo a scendere. La rigida temperatura dell’acqua mi fa rabbrividire non appena immergo il viso, attendo qualche secondo per far si che il mio corpo si adatti alle nuove condizioni, uno sguardo a Gianluca e giù. Cristian, che ha già fatto l’immersione altre volte ci precede, è molto buio tanto che devo accendere un faro della macchina fotografica per non perdere il mio compagno , intorno alla profondità di 45 metri la vedo spuntare da buio, la poppa rivolta verso la scarpata come se volesse riaffiorare dalle acque da un momento all’altro. Sono affascinato , completamente integra, mancante solo della parte prodiera ed in uno stato di conservazione praticamente perfetto.

La parte della poppa è completamente libera e quasi mi aspetto di vedere qualcuno che ci spia attraverso il fasciame . Ci avviciniamo timorosi e completamente dominati dalla soggezione dell’ignoto. La consapevolezza che si tratta di una nave intatta che navigava centinaia di anni fa ci accentuare una reverenza quasi servile , ho come la sensazione di aggirarmi in una villa infestata dai fantasmi. Proseguo la mia esplorazione e mi sforzo di distogliermi da questa morsa quasi irreale , comincio a scattare le fotografie prima che il tempo a mia disposizione sia terminato.

Purtroppo la visibilità non è ottima e devo cercare di cogliere i particolari . Chiaramente visibili sono le bitte. All’interno dello scafo posso ancora notare parte del carico minuziosamente sistemato e fissato attraverso delle catene allo scafo.

Probabilmente proprio il carico, apparentemente blocchi di granito, ha causato l’affondamento della piccola imbarcazione , infatti spostandosi ha creato uno sbandamento che ha provocato un’infiltrazione di acqua. Nulla naturalmente si sa degli uomini a bordo , ma quasi nessuno sicuramente perì nell’affondamento grazie all’avvicinamento dello scafo verso la riva del lago.

Nuotare sopra di essa come sospeso nel vuoto mi da una sensazione di irrealtà ed inquietudine; mai avrei pensato di trovarmi a bordo di una nave in legno che neanche le menti dei miei nonni possono ricordare,mi sembra di sentire un’atmosfera appartenente ad un altro mondo.

Proseguo l’ esplorazione e noto chiaramente distinguibile il supporto dell’albero maestro e vari pezzi di legno a cui non so dare una collocazione. Sento uno strano torpore alle dita delle mani, l’acqua fredda non mi permette di proseguire ,nonostante abbia a disposizione ancora tre minuti, decido con Fabrizio di risalire e insieme , con un certo rispetto ci dirigiamo verso la scarpata.

Mentre Cristian si sofferma con Gianluca ancora qualche istante per effettuare gli ultimi scatti. Ci ritroviamo tutti sulla scarpata deserta che sembra di marmo bianco , tanto è libera da insediamenti di qualsiasi forma di vita, per effettuare la decompressione necessaria.

Il giorno successivo mi reco a Genova, presso la Sovrintendenza di archeologia subacquea, con molte foto scattate anche da Fabrizio e Cristian, dove oltre l’interezza dello scafo si possono nettamente distinguere molti particolari. Il dott. Dell’ Amico mi riceve con molto entusiasmo e riconosce il relitto, dalle immagini e dalle mie descrizioni, in un “trabaccolo “ una piccola imbarcazione adibita al trasporto lacustre appartenente presumibilmente agli ultimi anni del 1600.

Il Trabaccolo aveva uno scafo tozzo, poco slanciato , decisamente pesante. La prua era alta e rigonfia, mentre la poppa era tozza. Era quasi sempre munito di ponte, sul quale si aprivano ampi boccaporti. Lo scafo piatto permetteva la navigazione nei bassi fondali della laguna; il timone sollevabile, particolarmente profondo e di ampia superficie, oltre alla sua funzione più ovvia, suppliva anche alla mancanza di una chiglia, contribuendo alla stabilità e al controllo dello scarroccio; l’ampia superficie velica assicurava insospettabili doti di velocità e manovrabilità in condizioni ambientali e meteorologiche spesso avverse.

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