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“ IL PELAGOSA “
( IN NITROX )
Testo Eva Bacchetta - Foto Lorenzo Del veneziano
“ MADRE NATURA HA DONATO AL PIANETA TERRA UN’ATMOSFERA DI NITROX CONOSCIUTA COME ARIA. ELLA NON HA MAI DETTO CHE L’ARIA SAREBBE STATA IL MIGLIOR GAS RESPIRATO PER I SUBACQUEI. IN QUESTO, COME IN ALTRI CAMPI DELLO SCIBILE, GLI ESSERI UMANI HANNO APPLICATO LE LORO CONOSCENZE DELLE LEGGI NATURALI PER ANDARE UN PASSO Più IN Là DI QUANTO LA NATURA STESSA AVEVA PREVISTO PER LORO. “
( J. MORGAN WELLS )
...e perché non avvicinarsi al NITROX con un’immersione su un relitto?
Una nave affondata che, oltre il fascino misterioso che ogni scafo sommerso nasconde, ha in sé i sentimenti di un nostro pezzo di storia, un momento tragico: la seconda guerra mondiale. Con i suoi conflitti, le pene, le perdite umane, la disperazione, gli stermini, il dolore, la distruzione, le battaglie sui cieli e sui mari, i cambi di fronte; come quello dell’8 settebre del 1943...
La nave, che è diventata oggi meta, ormai “consumata“ ,di molti subacquei è il posamine PELAGOSA.
Il 9 settembre del 1943 il comandante del Pelagosa riceve l’ordine di salpare dal Porto di Genova per unirsi, insieme alla 8° divisione incrociatori, al largo delle coste Corse alle Forze Navali da Battaglia Italiane, salpate da La Spezia, al comando dell’ammiraglio Bergamini sulla corazzata Roma.
Il Pelagosa non ci arriverà mai.
Una volta usciti dal porto, la nave è facile bersaglio delle batterie tedesche di Monte Moro, che la colpiscono. Lo stupore e la sorpresa dei marinai, i quali si vedeno attacati da coloro che credevano alleati è tale che il Pelagosa non offre la minima resistenza e affonda al largo della costa Ligure di Quarto.
Il posamine Pelagosa è la prima vittima di tante causate dall’armistizio dell’8 settembre, molti marinai hanno perso la vita, senza neanche rendersi conto di ciò che stava accadendo...
Le considerazioni storiche non sono certo di nostra competenza, noi, in quanto subacquei, possiamo solo osservarne una testimonianza tangibile e toccante attraverso la visita di quel relitto che oggi giace su un fondale sabbioso alla profondità massima di 36 metri completamente capovolto, con la prua staccata dal corpo centrale di una decina di metri posata su un fianco.
Varata nel 1926 presso i cantieri Reali di Castellamare di Stabia, aveva una stazza di 600 tonnellate, lunga 76 metri e larga 10, era armata con un cannone da 76mm e da 2 mitragliatrici ora non più visibili.
Ci prepariamo per l’immersione; il fondo massimo di 36 metri, ci offre la possibilità di poter scendere in NITOX 32, una miscela, che oltre a diminuire gli effetti della narcosi d’azoto, che potrebbe colpirci già a quella profondità, ci permette tempi di permanenza più lunghi con decompressioni più brevi. In questo caso l’aria non è il gas “ideale“ a causa delle restrizioni decompressive che impone. Infatti visto che gli obblighi di sosta sono determinati dalla pressione parziale di azoto ispirate e tempo di esposizione, questi possono risultare ridotti o addirittura annullati, se si diminuisce il contenuto di azoto nel gas respirato aumentando l’ossigeno, sempre nel rispetto della sua pressione parziale.
La pressione parziale dell’ossigeno a 36 mt, (la profondità massima raggiungibile) è 1.4, ampiamente dentro il limite imposto dalla NOAA di 1.6, quindi il Nitrox 32 è la miscela migliore che possiamo utilizzare.
Decidiamo di caricare un bibombola 10+10 e di effettuare 30 minuti di fondo con una decompressione obbligata di 3 minuti a tre metri. (pensate che se effettuata in aria questa immersione avrebbe richiesto ben 30 minuti di decompressione!!!!!!!)
Tutto è pronto, la giornata è splendida (quest’inverno ci ha veramente graziato!!!) il mare piatto.
L’analisi della miscela effettuata con l’analizzatore ossigeno, ci dice che la frazione di ossigeno è esatta, 32% , non ci resta che salire in barca e puntare verso il Pelagosa, che dista circa un quarto d’ora di navigazione.
La squadra sarà composta da quattro persone: io, Roberto, Fabrizio e Lorenzo, che si occuperanno delle riprese video e delle foto.
Durante la navigazione Lorenzo, con non poco rammarico, racconta la tragica storia del Pelagosa e di come il relitto sia stato vittima di stolti che lo hanno deturpato di parti importanti, aggredendone non solo lo scafo, ma anche la storia. Primo fra tutti il cannone, sequestrato sulla spiaggia di Sturla dai carabinieri, dopo lungo ed estenuante lavoro di tali filibustieri, che se lo sono visto portare via sotto i propri occhi. Non solo, all’interno della sala macchine sono state portate via le lampade che ora forse giacciono sul camino di qualche subacqueo che dei relitti sommersi non ha capito nulla.
Nonostante non sia la prima volta che scendo sul Pelagosa, ogni volta posso immaginare qualcosa di nuovo, la passione dell’esplorazione, quel qualcosa di “attrattivo“ che colgo in ogni relitto che visito, mi porta a tornare laggiù una volta di più, ancora una volta... Questo in particolare ha una storia ed una tragedia da raccontare, ogni pezzo di ferro, apparentemente insignificante, è testimone e vittima degli eventi della nostra Marina e dell’umanità intera .
Siamo arrivati sul sito, la barca è ancorata, l’accurato beafing di Lorenzo ci rammenta di vincere la tentazione di entrare troppo profondamente nello squarcio dello scafo dove sono visibili i motori, in quanto la struttura è pericolante e potrebbe crollare in ogni momento.
In acqua... un OK e giù... in questa splendida giornata di sole la luce riesce a trovare un timido varco fra l'acqua blu scuro, la visibilità è oltre le nostre aspettative, eccezionale... mai visto il Pelagosa da 20 metri!!!! Sono davanti e mi godo lo spettacolo di questa visione d’insieme che sarà molto difficile ritrovare..
Lorenzo comincia a scattare le foto, ci dirigiamo immediatamente verso la prua, staccata dallo scafo, ma in questa giornata facilmente visibile. Non molto maestosa, adagiata su un fianco, da l’idea della rassegnazione e della sorpresa che gli stessi uomini dell’equipaggio hanno provato al momento dell’affondamento. In una delle paratie noto un grande scorfano rimasto impigliato in un frammento di rete, insieme a Roberto tagliamo le maglie, anche se lui vede in noi sicuri nemici e si dimena violentemente sotto le nostre mani. Una volta libero, ci guarda incuriosito e sparisce ai nostri occhi... Ci voltiamo e vediamo lo scafo in tutta la sua interezza, pinneggiamo lentamente e ci troviamo vicino allo squarcio, dove possiamo notare in alto i motori, ancora perfettamente visibili. All’interno di questa grande stanza vi sono innumerevoli oggetti a cui non so dare un nome, in un silenzio di disordine e di eternità palpabile. Andiamo avanti e ci troviamo nella zona poppiera, dove possiamo notare il grande timone e le assi prive di eliche, la cui fusione pare sia servita per la costruzione della famosa statua del Cristo di San Fruttuoso.
Quasi non ci preoccupiamo del tempo che scorre, la miscela che stiamo respirando ci permette una permanenza maggiore rispetto all’aria, abbiamo ancora minuti preziosi per poterci soffermare all’osservazione del relitto nei suoi minimi particolari. Giriamo lo scafo e sul fondo notiamo una grossa rana pescatrice, che purtroppo sfugge all’obbiettivo di Lorenzo. Tutto intorno possiamo vedere frammenti e detriti che sono fissa dimora di gronghi, pesci ed aragoste. Fra questi sono ben distinguibili: un lavandino, la torretta e l’albero, che giace ad una distanza di circa 15 metri dalla nave.
Fra non molti anni il corpo centrale del Pelagosa si schiaccerà sul fondo, celando ancora di più i suoi segreti e diventerà quello che molti definiranno come un ammasso di ruggine insignificante, ma noi sappiamo che non è così. Le sue lamiere nascondono una delle tante storie d’Italia, sono testimoni di qualcosa che noi tutti non possiamo dimenticare.
I lunghi trenta minuti sono terminati, ma ci hanno permesso una esplorazione molto accurata e, in certi momenti, commovente. Ci lasciamo trasportare verso la cima di risalita da un a leggera corrente e intanto risaliamo nel blu, con lo sguardo fisso verso quello scafo capovolto, che diventa man mano sempre meno distinguibile. C’è qualcosa in quella nave... dovrò tornare ancora... ancora una volta...
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