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La nave senza Nome
SUB N 234 - marzo 2005
Testo Eva Bacchetta - Foto Lorenzo Del veneziano E' IN ASSETTO DI NAVIGAZIONEE UNA MINA,O UN SILURO, LE HA SQUARCIATO LA PRUA,FACENDOLA AFFONDARE. NEL PUNTO PIU' ALTO DEL PONTE C'E' UNA GROSSA MITRAGLIATRICE E IN COPERTA CI SONO ANCORANMOLTE BOMBE DI PRFONDITA'. PROBABILMENTE SI TRATTA DI UN CARGO ARMATO, MA FINORA NON E' STATO TROVATO ALCUN ELEMENTO CHE EN PERMETTA UNA SICURA IDENTIFICAZIONE. LE ESPLORAZIONI SONO STATE FATTE TUTTE CON REBREATHER A CIRCUITO CHIUSO BUDDY INSPIRATION. METICOLOSE LE PROCEDURE DI SICUREZZA.
Lo scafo della nave sommersa apparve all'improvviso, quasi stesse emergendo dagli abissi marini,occupando interamente la visuale dei due sommozzatori, che non potevano credere ai propri occhi. Con una visibilità del genere, rarissima per i nostri mari, i due potevano fare a meno delle luci. La nave si mostrava in assetto di navigazione avvolta da numerose cime e resti di reti da pesca rimaste impigliate nei punti sporgenti o nei numerosi argani ed ora, corrose dal sale a dal tempo, pendevano lungo le strutture , simili a grandi drappi stesi su una bara gigantesca.
La notevole profondità, intorno ai 100 metri, aveva filtrato l'uno dopo l'altro i colori visibili in superficie, facendo apparire tutto di un freddo verde bluastro, ma inspiegabilmente la luce ancora timidamente arrivava in quel luogo simile ad una tetra caverna negli inferi della terra.
Lorenzo e Roberto i due sommozzatori che per la prima volta esploravano il relitto conosciuto da pochi, avevano con loro due macchine fotografiche con una potenza di fari di 400 watt ciascuno. L'ampio cerchio di luce illuminava un'ampia sezione del corpo della nave adagiata sotto di loro , facendola passare dal blu ad un cupo verde grigiastro, intervallato qua e là da chiazze di giallo e incrostazioni di ruggine che somigliavano a macchie di sangue. L'innumerevole vegetazione marina intonacata sulle spesse lamiere si stendeva a perdita d'occhio oltre la portata della luce.
Nuotavano timorosi nel liquido amico e tutto sotto di loro appariva magicamente come in un gioco di prestigio svolto ad arte.
Il primo oggetto di facile riconoscimento è una grossa mitragliera che sovrasta il relitto intero, a esortazione ad allontanarsi per qualsiasi visitatore che si avvicini troppo allo scafo per violarne la purezza incontaminata.
Poi tutta la struttura intera apparve un pezzo dopo l'altro come fermo immagini in un grande schermo televisivo. Grosse maniche a vento , il fumaiolo l'elica e il timone in parte infangate e la prua.
 
La prima immersione svolta per cogliere una visione d'insieme e carpirne un qualche indizio che potesse dare una collocazione almeno temporale del relitto affondato. Nei giorni seguenti, il mare protettivo dei suoi figli adottivi, non ha voluto regalare ai due esploratori l'emozione precedente ed ha tenuto nascosto dentro sé, parte dei segreti della piccola nave affondata.
Immortalati nelle immagini sono rimasti un oblò, all'interno del quale è scritta la vicenda sconosciuta della fiera imbarcazione; un lavandino che testimonia la presenza di uomini, forse soldati, lontani dalla loro casa che ora negli abissi più neri hanno trovato la loro pace, la bussola di via; una porta sotto il vano dove alloggia la mitragliera, che quegli stessi uomini hanno usato per difendere le loro vite e varie bombe di profondità.
 
Il tutto contornato da quasi irriconoscibili scale, bitte, battagliole dove in ogni piccolo spazio incrostato è narrata parte della esistenza di esseri ora in tutt'uno con lo spirito imperituro del mare, che tutto di estraneo ad esso trattiene in sé e lo ingloba nelle sue svariate forme di vita.
Grosse murene, gronghi, aragoste si sono affacciate per nulla intimorite dai loro covi costruiti in tempi trascorsi da uomini che nel mare cercavano un loro alleato. Un grongo si è avvicinato , quasi minaccioso, all'occhio meccanico di Lorenzo, quasi come per chiedere chi fosse e cosa facesse li.
 L'ultima immersione caratterizzata da vento e mare mosso , con visibilità scarsa ha portato comunque alla scoperta della sala trasmissioni e di tutta una serie di oggetti in essa contenuti; tra cui abbiamo riconosciuto parte della radio, fanali di segnalazione e un antenna.
Nella risalita un gruppo di carangidi ha accompagnato i due sommozzatori fino ad oltre la mitragliera come per cacciare degli ospiti ormai diventati non graditi.
Le cinque immersioni hanno portato ad un totale di permanenza sul fondo di quasi due ore, svolte tra gli 85 e i 104 metri con apparecchi a circuito chiuso per i due profondisti, il Buddy Inspiration e apparecchi a circuito semichiuso e circuito aperto per gli assistenti.
Purtroppo nessuna testimonianza concreta ci ha permesso di affermare con certezza l'identità dello scafo nascosto negli abissi marini, forse è proprio cosi' che deve restare; un enigma per l'uomo contemporaneo che ora esplora e vede una costruzione di un suo antenato, probabilmente non troppo antico , ma che la maestosità del mare vuole, vista la notevole profondità, proteggere.
Con le notizie a nostra disposizione, possiamo fare solo delle supposizioni, ornate anche dalla nostra fantasia, che da alle nostre esplorazioni un tocco maggiore di fascino.
Ogni giorno dedico alcuni minuti a contemplare il mare, la mia mente viaggia, lontano nel tempo e nello spazio; intorno a me non ci sono bus e macchine sulle strade che rompono il silenzio e non ci sono persone che freneticamente corrono qua e là. Oggi mi piace immaginare il piccolo piroscafo che solca i mari e magari i suoi motori lo hanno portato oltreoceano; siamo intorno agli anni venti del secolo scorso e la grande tragedia dell'uomo comincia ad incutere il terrore; scoppia la seconda guerra mondiale ed ogni mezzo utile viene requisito per servirla. La piccola nave trasporta ora attraverso i mari merci e materiale utile, il suo equipaggio forse non è totalmente militare, ma si deve pur difendere dall'attacco del nemico. Quell'attacco che un giorno arriva senza preavviso, forse una mina o un sommergibile hanno per sempre impedito al naviglio di poter narrare qualcosa di sé, squarciandone completamente la parte prodiera e facendola inabissare lentamente verso l'oblio.
 
L'immersione vista da Lorenzo Vista la profondità impegnativa e la rapida sequenza delle immersioni abbiamo deciso di utilizzare dei rebreather a circuito chiuso elettronico a pressione parziale dell'ossigeno costante, del tipo Buddy Inspiration.
Roberto come diluente ha preferito servirsi di una miscela di heliox 10/90 io un trimix 9/70, tutti e due come seconda bombola in fase di risalita abbiamo sostituito le miscele con l'aria, in modo da rimanere in curva d'azoto e di desaturare più rapidamente l'elio.
Nonostante entrambi possediamo il computer per immersioni a miscele, abbiamo voluto affiancare ad esso un tradizionale software decompressivo, che tarato a 1,3 PpO2 ci ha permesso 20 minuti di fondo oltre i 100 metri con circa 90' di tempo totale.
L'immersione nonostante il fascino del relitto integro è molto impegnativa e di non facile gestione, molteplici sono i rischi e i pericoli.
Per limitare almeno quelli legati alle attrezzature ci siamo avvalsi della collaborazione di quattro sub ogni immersione, che ci assistevano ad una quota compresa fra i 50 e i 6 metri, con una discreta scorta di gas decompressivo e di emergenza.
L'immersione profonda con il CCR non comporta di per se problemi, se non quelli di dover abbandonare la macchina per un malaugurato guasto, per ovviare questa pericolosissima evenienza abbiamo portato sul fondo, legata alla cima di discesa, una bombola di trimix 10/50 da 15 litri oltre a due bombole a testa di miscele trimix e nitrox posizionate ai nostri fianchi. Se uno di noi avesse avuto il problema di abbandonare il rebreather e passare in circuito aperto avrebbe potuto contare sulla bombola di emergenza, sulle due che si portava con sé e su quelle del compagno.
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