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SAN GUGLIELMO LA NAVE PROIBITA
SUB 236 - maggio 2005
Testo Eva Bacchetta - Foto Lorenzo Del veneziano
E’ QUANTO RIMANE DI UNO DEI TRANSATLANTICI DELL’ERA DELLA GRANDE EMIGRAZIONE,DURANTE LA QUALE,DAL 1880 ALLA PRIMA MONDIALE,QUATTORDICI MILIONI DI PERSONE LASCIARONO L’ITALIA PER RAGGIUNGERE GLI STATI UNITI E RIFARSI UNA NUOVA VITA. L’8 GENNAIO DEL 1918, IL PIROSCAFO ERA PARTITO DA GENOVA DIRETTO A NEW YORK QUANDO, SEBBENE FOSSE SCORTATO DA UN CACCIATORPEDINIERE, VENNE SILURATO DA UN SOTTOMARINO TEDESCO. IL NAUFRAGIO AVVENNE A OTTOCENTO METRI DA RIVA, IN SOLI 30 METRI DI PROFONDITA’. I LAVORI DI RECUPERO, IL TEMPO TRASCORSO E LE MAREGGIATE LO HANNO PRATICAMENTE DISTRUTTO, MA MOLTI SONO I REPERTI CHE ANOCORA RICORDANO LA LONTANA TRAGEDIA.

Durante una giornata di agosto dove le condizioni marine si sono rivelate decisamente negative per l’attività del diving, sento il trillo ormai familiare del mio telefonino che mi fa tornare alla cruda realtà, dopo un breve viaggio della mia mente verso un mare azzurro e privo di nemiche increspature tipico di alcune isole tropicali.
Dopo quasi un mese di silenzio, chi mi chiama è “Silvia di biella“; con grande entusiasmo mi annuncia che il Marina Diving Center di Loano ha ottenuto i permessi per effettuare immersioni sul relitto del S. Guglielmo altrimenti vietato alle visite subacquee perché zona di ripopolamento ambientale.
La parola relitto scatena in noi una reazione chimica pari a quella provocata dal fuoco sulla benzina,
l’entusiasmo dell’esplorazione e la curiosità nell’osservare qualcosa di nuovo prende il posto della statica rassegnazione di fronte ad un mare negli ultimi tempi non troppo amico.

Insieme a Silvia e Simone programmiamo l’immersione per il giovedì successivo sperando che le condizioni meteo marine siano a noi favorevoli.
Il desiderio di conoscere qualcosa di più del S. Guglielmo si fa immediatamente largo nelle innumerevoli faccende che dovremmo svolgere e perciò cominciamo a sfogliare prima i vari libri di navi e navigli presenti in ogni mensola della nostra casa, poi nei ben più impolverati scaffali delle biblioteche, per finire con la ricerca telematica.
Il transatlantico S. Guglielmo si inserisce all’interno del pezzo di storia che va dal 1880 alla prima guerra mondiale, definita “Era della Grande Emigrazione“ durante la quale ben 14 milioni di persone lasciarono l’Italia per cercare fortuna all’estero soprattutto in Brasile, Argentina e Stati Uniti.
Le correnti migratorie verso gli ultimi due paesi furono più solide in quanto il mercato in costante crescita attraeva i braccianti e gli artigiani italiani.
Soprattutto il meridione d’Italia inviò il 90% della propria emigrazione verso gli Stati Uniti dove il costante sviluppo urbano e l’industrializzazione richiedevano manodopera con basse qualifiche e bassi salari.
Le cifre di cui parlano le statistiche sono impressionanti; si parla di 200-300 mila persone l’anno fino agli anni ’20.
Per i ceti degli armatori e per le compagnie di navigazione l’emigrazione costitui’ un vero e proprio affare. Le condizioni degli emigrati a bordo dei piroscafi erano ordinate da alcune norme generiche ed insufficienti relative alla disposizione degli alloggi.

Di fronte alla vastità del fenomeno furono promosse alcune iniziative che portarono alla approvazione di alcune leggi per il trasporto degli emigrati.
Le navi dovevano rispondere ad alcuni precetti tecnici ed igienici : propulsione a doppia elica, una velocità prestabilita e negli alloggi una disposizione con non più di due ordini sovrapposti di cuccette; con il conseguente miglioramento degli alloggi di terza classe.

Il 31 ottobre del 1906 i fratelli Peirce, già armatori , decisero di fondare la compagnia “ Sicula Americana” intuendo le grandi opportunità che potevano derivare dal trasporto di emigrati.
Le prime due navi costruite dal Cantiere inglese Sir James Laing & Sons furono il S. Giorgio e il S. Giovanni, testimone dell’affondamento del S. Guglielmo, varate nel 1907, impiegate nel trasporto passeggeri da Messina , Napoli e Palermo verso New York.

Nel 1908 la Compagnia , in seguito al terremoto che distrusse Messina , si trasferi’ a Napoli.
Nel 1910 allo scopo di ordinare un altro piroscafo venne incrementato il capitale di 6 milioni di lire; nasceva il S. Guglielmo.
Il nuovo piroscafo fu costruito dai cantieri D.& W. Henderson di Glasgow nel marzo del 1911.
Era molto più grande delle precedenti con una stazza di 8341 tonnellate , poteva ospitare 2200 emigrati , più 50 passeggeri di prima classe e 75 di seconda classe.
Il S. Guglielmo parti’ per il viaggio inaugurale da Napoli per New York il 31 ottobre del 1911.
Nel 1912 i tre transatlantici dei fratelli Peirce avevano trasportato 16000 emigrati negli Stati Uniti.
Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale incise sui destini della Sicula Americana che fu inglobata nella Compagnia Italiana di Navigazione.
L’8 gennaio del 1918, il S. Guglielmo , requisito dal governo, stava viaggiando, scortato dal cacciatorpediniere Lanciere, assieme al S. Giovanni verso New York.
Il S. Guglielmo era partito da Genova alle ore sette con 124 uomini di equipaggio. A Savona il cacciatorpediniere Lanciere venne sostituito con il gemello Bersagliere.
Su precisi ordini della difesa Traffico le due navi navigavano vicine alla costa, quando il S. Guglielmo venne colpito da un siluro di un sommergibile tedesco ed affondò a circa 800 metri fuori la costa di Loano ad una profondità massima di 30 metri.
Vista la profondità ideale per il nitrox mi faccio preparare un EAN 36 che mi permetterà di sfruttare il tempo dell’immersione sul fondo senza avere obblighi di soste di decompressione.

Fedeli compagni il Buddy per Lorenzo e l’immancabile macchina fotografica.
Il titolare del diving , Corrado ci spiega che i permessi delle visite sono in fase di sperimentazione, che la zona resta comunque vietata e le immersioni sono permesse dal comune di Loano per un tempo non precisamente definito.
Il gommone è pieno, arrivati sul posto dopo circa cinque minuti di navigazione, io e Lorenzo entriamo rapidamente in acqua, seguiti da Simone, Silvia e Michele che all’ultimo minuto si è unito a noi.
Il piroscafo è stato lavorato abbondantemente dai palombari dell’Artiglio durante gli anni venti, quindi ciò che mi aspetto di vedere non è un relitto intero, ma sicuramente quello che osserverò sarà un incantesimo che magicamente si concretizzerà davanti al mio sguardo.
A cinque metri sotto la superficie del mare, il moto ondoso e la forza aggressiva della natura svaniscono in un istante per dar luogo ad una immagine di stasi ed eternità.

Il S. Guglielmo giace per tutta la sua lunghezza di 150 metri sotto di noi, in una sorta di sconfitta contro il tempo e contro l’uomo che lo ha piegato due volte: in superficie e sotto il mare, troppo poco per consentirne la conservazione.
Il relitto giace con quasi la totalità delle strutture abbattute, solo poche parti di lamiera sono rimaste in piedi come per difendere la memoria di una nave lussuosa.
La visibilità eccezionale mi aiuta ad identificare alcuni oggetti e ad immaginarli al loro posto prima dell’affondamento.

Nel drammatico disordine che vedo noto i resti di alcuni oblò, una luce del ponte passeggiata che pende verso il basso come in un inchino verso i nuovi visitatori. Nel silenzio e nella tranquillità conferiti dall’ovatta dell’acqua che mi circonda, provo ad immaginare gli schiamazzi ed i suoni di ostentata allegria che accompagnavano le ormai lacere lamiere nei lunghi viaggi transoceanici. Le persone che li hanno camminato, appoggiandosi alla ringhiera di cui rimane ora solo un lieve e timido contorno. Intere montagne di cocci, alcune bottiglie spuntano nel caos di lamiere contorte, forse pezzi di piatti e stoviglie testimoniano la presenza di uomini che in questa grande nave hanno visto la salvezza e la speranza di un mondo migliore.
Percorriamo tutta la lunghezza dello scafo originario, passando per ogni piccolo frammento apparentemente insignificante , ma che può fornirci una testimonianza palpabile di una storia importante. La luce penetra con tranquillità attraverso la vicina superficie per perdersi nei fori ormai spogli degli oblò e delle porte dove adesso fanno tenue capolino alcuni pesci.
Troviamo vari oggetti ; i resti di un catino , una luce di via e poco lontano sulla sabbia una puleggia in legno per l’alaggio delle scialuppe, resti di una serpentina di raffreddamento, la parete di uno dei fumaioli abbattuto sulla sabbia bianca.
La prua è staccata dal corpo centrale e giace su un fianco, ne immagino dalla grandezza la potenza di un tempo nel solcare le onde dell’oceano, mentre ora è battuta , sconfitta e senza possibilità di rivincita.

I quarantacinque minuti trascorsi e le 50 atmosfere segnate dalla lancetta del manometro mi intimano di dirigermi verso la cima e iniziare la risalita, mentre Lorenzo si ferma ancora qualche istante per scattare le ultime foto.
Mi porto fino alla sosta dei tre metri l’immagine un po’ triste di un transatlantico di prima classe, attualmente solo superficialmente presente negli antichi ricordi di qualche anziano italo americano che racconta della sua traversata sulla nave dai due fumaioli rossi e gialli.
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